Il carciofo rappresenta una delle colture orticole da pieno campo di maggiore importanza per l’agricoltura dell’area mediterranea e soprattutto per l’Italia. In ambito nazionale le regioni in cui il carciofo risulta essere maggiormente coltivato sono: Puglia, Sicilia, Sardegna, Campania e Lazio, nelle quali si ottiene più del 90% della produzione nazionale.


Per ciò che riguarda la Campania la provincia di maggior interesse per la coltivazione del carciofo è quella di Salerno, ed in particolare la zona della Piana del Sele con i comuni di Eboli, Capaccio-Paestum, Battipaglia ed Agropoli, dove si concentra la quasi totalità degli impianti produttivi.


Esigenze Pedoclimatiche

Le temperature ottimali per l’accrescimento e lo sviluppo sono rappresentate dai seguenti valori:

  • 12-14 C° nelle ore notturne;
  • 20-22 C° durante il giorno;
  • a temperatura di 7-9 C° si registra l’arresto dello sviluppo;
  • a 0 C° si ha il distacco della cuticola sulle brattee, anche se la pianta riesce a sopravvivere;
  • a -4/-5 C° si ha il danneggiamento irreversibile delle foglie;
  • oltre i -10 C° si ha la morte del rizoma e delle gemme ipogee;
  • infine a temperature superiori a 24 C°, qualora si verifichino nella fase di differenziazione fiorale, favoriscono la comparsa dei capolini atrofici, mentre se esse si manifestano in seguito, quando i capolini sono già sviluppati, si osserva l’indurimento e la pigmentazione violetta della superficie interna delle brattee ed un decadimento generale della qualità delle infiorescenze.


I terreni più idonei alla coltivazione del carciofo sono quelli profondi, di medio impasto, ben drenati e con pH compreso tra 6,4 e 7,0. La tolleranza alla salinità è da considerarsi moderata.


Cultivar e Miglioramento genetico

Il panorama varietale del carciofo risulta essere vasto ed eterogeneo con oltre centoventi cultivars a cui corrispondono 400 denominazioni diverse e spesso riguardanti una stessa varietà che viene indicata con nomi differenti a seconda della zona di coltivazione. Le diverse cultivars hanno generalmente anche una differente distribuzione territoriale con il tipo “Violetto di Sicilia”, maggiormente coltivato in Sicilia, Puglia e Basilicata, i “Romaneschi” diffusi in Campania e Lazio, gli “Spinosi” in Sardegna ed i “Violetti di Toscana” coltivati soprattutto nella omonima regione.

Nella provincia di Salerno è coltivato quasi esclusivamente il carciofo di tipo Romanesco, con la prevalenza del clone “C3” che è stato introdotto da diversi anni nella Piana del Sele. La pianta è caratterizzata dall’avere, all’epoca di inizio raccolta, un numero medio di 17-18 foglie con una lunghezza massima di circa 90-100 cm. Si raccolgono mediamente 7-9 capolini commerciabili per pianta. Il capolino è di forma sferica con caratteristico foro all’apice e brattee verdi con sfumature rosso-violacee. Il diametro medio dei capolini è di circa 9 cm, mentre l’altezza è di circa 8 cm con un peso medio (senza gambo) di 190-200g e di 250g con un gambo medio di 10 cm, in base all’ecotipo e all’epoca della raccolta. Il numero di brattee esterne e ben sviluppate è pari a circa 45-50 mentre il peso medio della parte commestibile di ogni capolino (cuore) è di 100-150g.

Il miglioramento genetico del carciofo si è avvalso dapprima della selezione clonale nell’ambito delle popolazioni locali sfruttando l’ampia variabilità genetica esistente, poi della selezione effettuata su individui provenienti da riproduzione sessuata (autofecondazione o incrocio) ed infine della costituzione di ibridi da propagare mediante gli acheni.


Il primo metodo, applicabile con successo su popolazioni contraddistinte da una certa variabilità genetica originatasi per mutazioni o ricombinazioni casuali, consiste nella selezione delle piante migliori e nella loro moltiplicazione per via agamica. Il limite di questa tecnica consiste nel fatto che con i tradizionali metodi di propagazione vegetativa (uso di carducci o di ovuli) non è possibile ottenere un grande numero di cloni a partire dalle piante selezionate, rendendo così il rinnovamento varietale molto lento. La soluzione a questo problema è rappresentata dalla micropropagazione che consente di ottenere da un unico espianto, un numero elevato di nuove piante.

Il secondo metodo di miglioramento genetico del carciofo consiste nella selezione e successiva moltiplicazione vegetativa delle discendenze migliori ottenute per autofecondazione o incrocio delle varietà disponibili.

Un’altra strada per il miglioramento genetico del carciofo è rappresentata dall’ottenimento di varietà ibride adatta alla propagazione per seme. La tecnica consiste nella scelta dei parentali che presentano caratteristiche desiderate e nel sottoporli ad una serie di ripetute autofecondazioni; al fine di ottenere delle linee pure che saranno poi incrociate per avere gli acheni ibridi usati per l’impianto delle carciofaie.

Gli obiettivi del miglioramento genetico consistono nell’ottenimento di cultivars caratterizzate da notevoli precocità, produttività, contemporaneità di maturazione, uniformità delle dimensioni, conservabilità, resistenza alle più diffuse fitopatie al freddo ed all’imbrunimento delle brattee. Per ciò che riguarda la destinazione industriale della produzione, risulta importante l’assenza di spinescenza, pigmentazione interna delle brattee, fibrosità e peluria, nonché una bassa percentuale di scarto e l’elevato peso specifico dei capolini.